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Perché il vero problema negli studi di architettura non è il software, ma il metodo

di tiRinnovo

Hai provato tre software diversi negli ultimi due anni. Nessuno ha davvero cambiato il modo in cui lavori.

Sembra un problema di strumenti, ma non lo è. Il vero blocco è altrove: nel metodo. Anzi, nella sua assenza.

Il paradosso degli strumenti digitali

Molti studi utilizzano già numerosi strumenti digitali: CAD, BIM, fogli Excel, cartelle condivise, email, WhatsApp. Da un punto di vista puramente tecnico, il lavoro è già “digitale”.
Il problema è che questi strumenti vengono usati come repliche digitali del lavoro su carta, senza ripensare il processo.

Il risultato è un paradosso: più strumenti, ma meno chiarezza.
Più file, ma meno controllo.
Più comunicazioni, ma più errori.

Il metodo analogico mascherato da digitale

Nel lavoro su carta esisteva un ordine implicito: un faldone, una pratica, una scrivania.
Quel modello, traslato nel digitale senza adattamenti, diventa rapidamente ingestibile.

Cartelle con decine di sottocartelle, file rinominati in modo diverso da persone diverse, decisioni prese a voce e mai registrate, versioni multiple dello stesso documento. Tutto “esiste”, ma nulla è realmente strutturato.

Il problema non è che manchi l’informazione. È che manca una logica condivisa su come organizzarla.

Quando il numero di progetti diventa il punto di rottura

Finché i progetti sono pochi, il sistema regge.
La memoria personale compensa la mancanza di struttura. Si sa “più o meno” dove trovare le cose, chi ha deciso cosa, quale versione è quella giusta.

Quando il numero di progetti cresce, o quando entrano collaboratori, imprese, clienti più esigenti, quel modello collassa.
Non in modo improvviso, ma progressivo: più tempo speso a cercare, più telefonate di chiarimento, più ricostruzioni a posteriori.

È in quel momento che molti studi cercano un software, aspettandosi che lo strumento risolva un problema che in realtà è organizzativo.

Il metodo come prerequisito, non come conseguenza

Un errore comune è pensare che il metodo nasca dall’uso di un software.
In realtà è l’opposto: il software funziona solo se esiste un metodo, anche minimo, condiviso.

Metodo significa:

  • sapere cosa va tracciato e cosa no
  • decidere dove “vive” un’informazione
  • stabilire come si gestiscono le revisioni
  • chiarire chi è responsabile di cosa

Non sono decisioni tecnologiche, ma organizzative. Eppure diventano critiche quando il lavoro aumenta di complessità — e quando normative come il D.M. 49/2018 richiedono una tracciabilità documentale sempre più rigorosa.

Digitalizzare non è accelerare, è rendere il lavoro leggibile

La digitalizzazione viene spesso raccontata come un modo per “fare più velocemente”.
Nella pratica, il primo vero beneficio è un altro: rendere il lavoro leggibile, anche a distanza di tempo o da parte di chi non era coinvolto direttamente.

Uno studio organizzato non è quello che lavora di più, ma quello che riesce a ricostruire facilmente:

  • cosa è stato fatto
  • perché è stato fatto
  • quando è stato deciso
  • con quali documenti

Questa leggibilità è ciò che permette di crescere senza perdere controllo.

Conclusione

Il passaggio dalla carta al digitale non è una questione di strumenti, ma di maturità del metodo di lavoro. Senza questo passaggio, ogni software rischia di diventare solo un altro contenitore di caos.

La vera domanda, prima ancora di scegliere una piattaforma, è quindi un’altra: il modo in cui lavoriamo oggi è pensato per reggere la complessità che abbiamo (o che vogliamo avere)?

È da lì che inizia la vera digitalizzazione.